Digital divide, la nuova sfida

Questo termine inglese che significa “divario digitale” è ormai entrato nel linguaggio comune dell’intera popolazione ed è senz’ombra di dubbio una delle sfide che l’Italia deve vincere per rincorrere la crescita economica.

L’ambito di ricerca di questa grave problematica coinvolge svariate materie che passano dalla sociologia alla psicologia, dalla tecnologia all’economia e quindi non è un problema facile da arginare perché servirebbe un impegno comune da parte di governo, imprese, pubblica amministrazione e ovviamente cittadini.

Il digital divide si può raggruppare sotto tre gruppi: culturale, economico e infrastrutturale.

Il divario culturale è senz’ombra di dubbio l’elemento fondamentale che separa le persone dalla rete perché entrano in gioco peculiarità e comportamenti psicologici difficilmente spiegabili. Gli italiani ad esempio sono avversi alle nuove tecnologie e preferiscono un mezzo di comunicazione come la televisione perché è più facile da usare, perché ti prepara un informazione costruita e perché la sua comprensione è universale. Internet invece è letteralmente l’opposto, per usarlo occorre una preparazione tecnica all’utilizzo del computer, ti costringe a costruirti l’informazione per via della sua vastità e non è universalmente comprensibile perché bisogna prima di tutto saper leggere e scrivere per navigare sul web.Il divario culturale non è considerato, ma se si vuole ampliare l’utilizzo della rete è necessario investire sulle risorse umane partendo dall’aiuto generazionale tra giovani che devono insegnare l’utilizzo agli anziani.

Il divario economico teorizzato da molti sociologi della comunicazione ormai è passato perché i costi per l’accesso al web sono profondamente scesi e ormai sono accessibili ovunque. A partire dagli anni 2000 si è poi sviluppata una rete di accesso pubblico grazie all’impegno delle pubbliche amministrazioni che garantiscono un accesso gratuito ai residenti. La critica sociologica venne mossa a partire dagli anni 90 quando un computer costava parecchio, probabilmente con la diffusione tecnologica attuale questa critica non verrebbe mossa perché ad esempio con 100 € è possibile acquistare uno smartphone che permette l’accesso al web tramite connessione 3G o Wi Fi. Il divario economico si è notevolmente ridotto anche se persiste e negli ultimi anni per colpa della crisi economica si è ampliato.

Il divario infrastrutturale è ampio, enorme e forse troppo vasto perché racchiude l’infrastruttura di rete, la burocrazia e le tecnologie. La politica qua dovrebbe investire ingenti risorse per cercare di portare la banda larga in quei posti non ancora coperti dal segnale, oppure costruire reti “WiMax” che consentano agli abitanti di accedere alla banda larga con le onde radio come ad esempio avviene in Trentino Alto Adige. La burocrazia è il vero freno per la diffusione della rete perché se è vero che questo governo ha cambiato la famosa Legge Pisanu che impediva l’accesso alle reti wifi senza identificazione, non ha ancora predisposto i decreti attuativi che facciano chiarezza in materia e tuttora un bar non può offrire una connessione gratis tramite Wi Fi se non ha il permesso della Questura e di altri organi di sicurezza. In questo campo l’Italia ha tantissimi gap da colmare se la paragoniamo a paesi evoluti come gli USA dove il Wi Fi è anche nei bagni. Un po’ di gap è stato ridotto grazie agli sforzi di imprese che grazie alla tecnologia CDMA consente a molte persone di connettersi al web grazie alla rete telefonica mobile: Vodafone ad esempio ha un proprio programma per ridurre questo deficit e in alcuni luoghi la rete c’è solo grazie all’intervento dell’operatore britannico.

Le nuove tecnologie colmeranno il gap ed è facile pensarlo grazie all’adozione dello standard 4G appena messo all’asta che consentirà connessioni in mobilità fino a 100 Mbit/s o grazie a nuovi dispositivi user frindly che faciliteranno l’esperienza di navigazione (navigare su Ipad ad esempio è elementare). Il passo più importante però deve farlo la politica con stanziamenti di denaro, con semplificazione normativa e con programmi di educazione presso comuni in cui si insegni l’utilizzo del computer.

La sfida è davvero molto interessante e fondamentale per abbracciare la crescita che questo settore sta portando all’intera economia mondiale, peccato che l’attuale governo in carica abbia preferito stanziare 800 milioni di Euro alle televisioni piuttosto che alla rete telefonica.